Pochettino e la sua teoria sui giovani

Maurizio Pochettino da quando è arrivato sulla panchina del Tottenham Hotspurs, ha rivoluzionato non solo le idee tattiche, e il modo di giocare della squadra, che finalmente ha una propria identità, ma anche la gestione di alcuni aspetti del club, che prima venivano affidati sì al manager di turno, ma non venivano attenzionati al meglio.

Su tutti la gestione dei giovani, l’academy del Tottenham. Non è un caso che l’esplosione di Harry Kane sia coincisa con l’arrivo di Pochettino nel 2014, così come quella di Dele Alli l’anno dopo, o l’utilizzo in pianta stabile in squadra di Rose, Dier, Mason, ma anche i netti miglioramenti di Kyle Walker, e da poco si è alzato anche il numero di presenze di Harry Winks, un altro giovane prodotto del vivaio Spurs.

 

Proprio Pochettino, prima della sfida vinta in FA Cup contro il Millwall, ha parlato delle sue idee sui giovani, esprimendo un’opinione che non va esattamente fra la maggiore in Europa, soprattutto in Italia: mandare i giovani in prestito è inutile, quasi dannoso, bisogna farli crescere con la prima squadra, farli allenare con i campioni titolari e dar loro la possibilità di giocarsi una chance.

L’allenatore argentino ha infatti vietato la cessione in prestito dello stesso Winks, Onomah e Cameron Carter-Vickers in inverno, e vieterà anche la cessione dei diciottenni Marcus Edwards e Kazaiah Sterling in estate. Soprattutto Sterling, considerato un grande prospetto, secondo Pochettino non potrebbe avere miglior maestro di Harry Kane, per crescere come centravanti, e un prestito in una squadra lontana da Londra, o comunque lontana dalla Premier e dalla filosofia di gioco del Tottenham porterebbe solo danni.

In Inghilterra, in effetti, è molto facile che le grandi squadre mandino in prestito nelle categorie minori i giovani più promettenti, molte volte però facendoli allontanare dal club di appartenenza. Per non parlare dell’Italia, dove i prestiti delle grandi alle piccole, a volte conditi con diritti di riscatto, o obblighi, poi ancora arricchiti da diritti di controriscatto, non fanno altro che creare confusione su dei ragazzi che vivono un’avventura già più grande di loro, e lo fanno senza avere un punto di riferimento chiaro, affidandosi sempre di più ai loro agenti.

In questo senso, l’esempio più lampante da seguire è quello della Liga spagnola, che ha inserito le squadre “B” in seconda divisione, in modo da far giocare e crescere i giovani in maniera tranquilla (nessuna squadra “B” può retrocedere) ma tenendoli vicini, nei campi di allenamento in cui si allena anche la prima squadra, facendoli già sentire dentro una famiglia.

Emblematico il caso della Masia di Barcellona, difficilmente replicabile in tempi brevi.

È dunque quantomeno da discutere l’idea di Pochettino. Qualcuno potrebbe dire che così i giovani giocherebbero poco, si allenerebbero e basta, e perderebbero facilmente le staffe non vedendo mai il campo, mentre farli giocare in un campionato senza retrocessioni non li farebbe crescere totalmente nel carattere. Di sicuro però, sballottarli ogni sei mesi di squadra in squadra, di città in città, o peggio, regione in regione, allontanandoli dagli affetti familiari, e scomponendo di volta in volta le loro abitudini non può essere un modo giusto per farli arrivare ai grandi livelli del calcio nazionale ed internazionale.

Le ultime scelte fatte dalla FIGC, con la rielezione di Tavecchio, tuttavia, sembrano andare contro l’ammodernamento dei campionati e delle strutture organizzative degli stessi, dovremo quindi aspettare per vedere una tale rivoluzione.

Autore dell'articolo: Benedetto Greco

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