Ben Arfa e l’impossibilità di essere normali

Esattamente due anni fa, oggi, Hatem Ben Arfa festeggiava il 28esimo compleanno, senza sapere se avrebbe continuato a giocare a calcio, o no. Il 4 gennaio 2015 arrivava a Nizza, una città che vive poco di calcio, dall’Inghilterra. Veniva presentato come una star, ma il suo trasferimento venne successivamente bloccato dalla FIFA. Non poteva giocare per 3 squadre nello stesso anno, visto che aveva già vestito la maglia dell’Hull City, e che aveva giocato un’amichevole con la squadra Under-21 del Newcastle.

Il colpo, psicologicamente, fu durissimo per il talento franco-tunisino. Così duro da indurlo a pensare al ritiro, stanco di una carriera vissuta così, continuamente sul filo di lana, passando dall’esaltazione alla delusione e depressione totale. Una carriera da matti, cominciata nel migliore dei modi, con la vittoria dell’Europeo Under-17 del 2004, con la maglia della Francia

GENERAZIONE ‘87

La famosa generazione 1987 francese è ormai leggendaria. Una squadra, anzi un movimento, fatto di futuri fenomeni, da Benzema a Nasri, da Menez a Thicot, per finire a Ben Arfa, la stessa più splendente. Un gruppo di ragazzi terribili, cresciuti presso l’istituto Claire Fontaine, una vera e propria scuola di calcio, in cui i ragazzi vivevano. Un posto che però Ben Arfa, a distanza di anni, racconterà come una specie di incubo: «Lì non si riposava mai, eri sempre in competizione con tutti, anche quando andavi semplicemente a dormire.»

Da un ambiente così, nasce e cresce un fenomeno predestinato come Hatem Ben Arfa. Per tutti un potenziale Messi, un futuro Pallone d’Oro, uno di quei giocatori che passano una volta ogni 50 anni. Eppure, la storia di Ben Arfa, dalla gloria alle ceneri per una decina di volte nella sua vita, è l’emblema della delicatezza del passaggio, per un giovane calciatore, da una realtà protettiva, forse ossessiva, di un centro di formazione, al primo contratto da professionista, il primo impatto con una società vera, ma soprattutto con dei soldi veri. Inoltre simboleggia la difficoltà di un ragazzo cresciuto in ambienti familiari difficili, anche dal punto di vista socio-economico (il padre era un calciatore della Tunisia, emigrato in Francia, e lui è cresciuto in un sobborgo di Parigi), ad adattarsi al successo, alle belle auto, alla bella vita, senza perdere la testa.

MILLE TAPPE, NESSUNA DESTINAZIONE

La carriera di Ben Arfa gli ha permesso di vestire le maglie più prestigiose del calcio francese, litigando con tutti gli allenatori possibili. Da Lione, a Marsiglia, in particolare, la sua parabola si ricorda per i gol meravigliosi, e i numeri da circo con la palla al piede, alle litigate furiose con compagni e coach. In Inghilterra, forse, arriva il periodo più buio, un momento che nella carriera di Ben Arfa non doveva esserci: l’allontanamento dalla terra natia ha creato nell’ex-giovane prodigio uno scollamento dal punto di vista caratteriale, così gli anni al Newcastle l’hanno reso ancora più selvaggio.

La tappa felice, è stata Nizza, dove nella scorsa stagione ha realizzato 18 gol, e portato la squadra rossonera in Europa, per poi decidere di tornare a Parigi.

Adesso Ben Arfa sembra quasi un cane estremamente addomesticato. Ha litigato, ad inizio anno, con Emery, e non è titolare nel PSG, gioca poche partite, ma gioca sempre bene, e non si parla molto di lui. Ma la sua situazione sembra sempre in bilico, ed ogni estate sembra quella giusta per cambiare aria.

A 30 anni, l’ex-fenomeno mai veramente arrivato al punto più alto della sua carriera continua a vagare nel mondo del calcio senza alcuna meta, senza alcuna destinazione, e verrà forse ricordato fra tanti anni quasi come un artista, un bohemien moderno con la palla al piede.

Oppure, semplicemente una stella mai del tutto visibile ad occhio nudo, ma sempre brillante, e pronta ad accecare chi scruta il cielo, quando ne ha voglia.

Autore dell'articolo: Benedetto Greco

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